Pasqua, ovvero l'arte del passaggio PDF Stampa E-mail

Quanti passaggi ci vengono evocati in questo periodo. Parlando di papa Francesco e della dirompente proposta di riforma che sta lanciando alla Chiesa, vengono riportate le sue parole a Firenze (2015): «Non siamo in un’epoca di cambiamenti, ma in un cambiamento d’epoca». In Italia, dopo le recenti elezioni politiche, c’è chi dice che siamo passati alla Terza Repubblica (ma, si chiede qualcun altro: «Siamo mai entrati nella Seconda?»). L’improvvisa e silenziosa scomparsa a Udine del capitano della Fiorentina Davide Astori, di 31 anni, ha dato uno scossone all’intero paese e ci ha costretti tutti a riflettere sul passaggio forse più arduo e delicato con cui la nostra esistenza deve confrontarsi, quello della morte. Sembrerebbe allora che la vita delle persone, nella sua globalità, si configuri come un progressivo affinarsi nell’arte del passaggio. Passaggio di età, di responsabilità, di impegno, di posti di lavoro, di paesi in cui abitare, di emergenze – sempre nuove! –, di mentalità, di panorama politico, sociale, culturale, di modi e strumenti per comunicare... Gli anziani sono spesso smarriti, i giovani sembrano invece nel loro habitat naturale. Ma sarà proprio così? In fondo questo continuo e liquido mutare d’orizzonte è causa di molte insicurezze, fragilità, squilibri affettivi e psicologici e può capitare che degli anziani signori, che comunicano ancora tramite lettera o telefono fisso, siano coloro che cavalcano con più disinvoltura il nostro tempo, cogliendone luci e ombre e assumendo quindi il ruolo di guide sicure e affidabili. Due nomi a caso: papa Francesco e Zygmund Bauman. Nella Chiesa si vive una situazione strana: da una parte si sente il bisogno di cambiare, di passare a nuovi modi di vedere le cose, di agire, di vivere e comunicare la fede. Anche a nuove configurazioni ecclesiali, a nuove ministerialità. Dall’altra il cambiamento fa paura e c’è chi invoca il ritorno alle cose «di sempre». Ma di quale «sempre» si tratta? In duemila anni di storia anche nel cristianesimo sono cambiati parecchi scenari! Un esempio lo abbiamo avuto proprio a San Quirino lo scorso Natale, quando, in riferimento al presepio, è comparso uno striscione che diceva: «La tradizione non è in discussione!». Non c’è qui tempo e spazio per rifletterci come meriterebbe, ma il tema della tradizione nella Chiesa è centrale e si riferisce non a qualcosa di statico ma di profondamente dinamico: il verbo tradere significa “consegnare”, “passare” di mano! I cambi sono difficili, inutile discutere. I passaggi, quelli veri, costano! E ciò vale per tutti, cristiani e non cristiani. Ma per i cristiani, al centro della loro vita e della loro fede, c’è sempre il mistero pasquale, la Pasqua/ passaggio del Signore Gesù, che attualizza e rende universale il passaggio dalla schiavitù alla libertà del popolo d’Israele. La Pasqua di Gesù fa dei cristiani la comunità del passaggio, di coloro cioè che con i fianchi cinti e il bastone in mano sono sempre pronti a mettersi in viaggio verso la terra promessa. Una terra che è sempre innanzi a noi, che noi siamo chiamati a costruire assieme a Dio e a tutta l’umanità e che troverà compimento nell’ultimo grande passaggio della storia, la venuta del Signore. Tra i cristiani quindi non mancano debolezze, ritardi e peccati, ma non dovrebbe mai esserci la paura del passaggio, perché la Pasqua/passaggio è costitutiva del nostro DNA. Che in questa Pasqua possiamo sperimentarlo con verità e intensità!

don Federico